venerdì, febbraio 20, 2004

http://mappamondo.blogs.it/2004/02/20#a663 ... ma la storia continua...
postato da fuorimargine | 17:37 | commenti (10)

venerdì, febbraio 13, 2004

Venire a conoscenza della morte del padre dalla tv. Durante il più importante telegiornale nazionale. Quello che si segue, più per abitudine che per interesse, mentre si è a tavola. A cena, a pranzo. Prima di scendere a giocare a pallone sotto il palazzo. Con la madre, le zie, le cugine, la nonna che mischiano storie di giornata a commenti sulla faccia nuova di Berlusconi.
Non capita spesso. Non a tutti. Luigino lo sa bene. E' un privilegio che spetta solo ai figli dei delinquenti. Dei criminali. E lui lo è.
Il padre, Pasquale caparossa, si è impiccato, in cella. A Poggioreale. «Una fine di merda, professò». Don Salvatore, il marito di Giuseppina la fruttivendola, non ci pensa due volte: «Ci sono guaglioni che lì dentro non ci riescono proprio a stare... è tosta la vita dietro le cancelle. E poi lui ha fatto quello che non doveva fare. Chi comanda non poteva più proteggerlo».
Già, ha fatto quello che non doveva fare. E Luigino, nove anni, lo ha saputo dalla voce impostata di una giornalista. Che ha sbagliato pure la pronuncia del cognome. Ma che fa. Tanto per lei è solo un nome stampato su un foglio. Mica immagina che dietro la telecamera può esserci anche lui, il figlio. Insieme alla moglie, alle sorelle, alla madre. Alla gente che lo conosce. Agli amici, ai nemici. A chi lo ha costretto a stringersi un lenzuolo al collo. In una cella di Poggioreale.
Pasquale ha ucciso. Prima di uccidersi. Una donna, settentrionale, ricca, giovane. Nel tentativo di rubarle Rolex, telefonino, borsa. E si è trovato tutta la Polizia contro. Fomentata dai politici, dai giornali. In un attimo è diventato l'unico artefice della violenza che va in scena ogni giorno, ad ogni ora. Il balordo da acchiappare e rinchiudere per il buon nome della città. Probabilmente si è lasciato prendere la mano. «Stava fatto». Era sempre scappato senza problemi. Godendo di protezioni e complicità. Ma stavolta è andata male.
E' riuscito a nascondersi giusto una settimana. Lo hanno lasciato solo. Anche il boss al quale ha rivenduto la refurtiva lo ha abbandonato. Fuori e in carcere. Gli ha dato i soldi, ma non un posto sicuro dove aspettare. Per ricominciare. Pasquale non ha resistito, si è sentito tradito. E' crollato. Debolezza improvvisa, inaspettata da chi ha imparato a conoscere solo due strade: quella della sopravvivenza. E quella della morte.
Luigino, nove anni, queste cose non le sa ancora. Forse le immagina. Ma non conosce ancora bene le regole della vita sul filo di lana. Lui ha solamente ascoltato una giornalista annunciare, con voce impostata, che il padre, Pasquale caparossa, si è ucciso. In una cella di Poggioreale.
E ha visto la madre svenire, la nonna inveire, il quartiere tacere, tra le urla di disperazione delle zie, delle cugine. Scene che, probabilmente, gli ritorneranno in mente. Tra qualche anno, quando si ritroverà tra le mani una pistola. Da puntare in faccia a qualcuno. Per un orologio, un telefonino, un portafogli zeppo di soldi.
postato da fuorimargine | 02:01 | commenti (8)

lunedì, gennaio 26, 2004

Non riesco più a scrivere. A raccontare. La vita del quartiere mi scivola addosso, senza lasciare segni. Non riesco più a cogliere parole, sguardi. Pensieri. E' come se vivessi in uno stato di completa assuefazione. Tutto normale, niente stupore. Poca voglia di riflettere. Un unico tarlo. Lei, Rosaria. E il suo corpo. L'ho vista altre due volte. Sempre a casa mia. Sempre di notte. Come può una persona sentirsi prigioniero di un istinto? Animale, banale. Forse. Ma per questo primitivo e indomabile.
postato da fuorimargine | 09:41 | commenti (7)

venerdì, gennaio 09, 2004

La rabbia, ecco cosa mi lega alla gente del quartiere. Rabbia allo stato puro: incontrollabile, istintiva. Verso le maschere idiote della società in cui sono cresciuto. Per me. Verso la povertà obbligata, cementificata. Per loro.
Rabbia allo stato puro. La stessa che ti spinge a prendere a pugni la donna che ami. O amavi. Che ti porta a puntare la pistola, carica, sul petto di un ragazzino, vestito bene, profumato e con il telefonino ipertecnologico. E magari sparare, scappare, uccidere. Per rivenderlo. O usarlo, farlo vedere. La stessa che ti guida nella rottura, sistematica, di tutto ciò che ti lega al passato. Per non aprire le porte al futuro. Che ti dà la spinta per spaccare cabine telefoniche, autobus, pisciare sui monumenti, rompere vetrine, sfilare a cento all'ora nel traffico, su uno scooter, senza casco. Con la morte a pochi centimetri.
Rabbia. Solo rabbia. Non vivo come loro, ma sono uguale a loro. Nella rabbia. Nel modo di sputare in faccia a tutto ciò che minaccia i miei piccoli e maledetti spazi. Nel modo di distruggere ogni possibilità di dialogo. Con il passato, con il futuro. Esiste solo il presente, vissuto a mille, senza fermarsi, senza paure. Per chiedere sempre di più, per dimenticare in fretta: calci nel culo, violenze, fame, prepotenza, ignoranza, raggiri. Ecco dove nasce la rabbia. Ecco perché ho scelto di vivere qui, alla periferia di qualsiasi centro. Non vivo come loro, ma sono uguale a loro. Nella rabbia.

postato da fuorimargine | 14:37 | commenti (7)

mercoledì, dicembre 31, 2003

Sono tornato, gonfio di attenzioni familiari. E di ricordi sempre più lievi, leggeri. Come la foschia che in questo momento rende pallido, quasi, il grigiore del quartiere. Piove, una pioggia sottile, impercettibile. Agli occhi, dalle finestre.
L'ho vista, stamattina. E ci ho parlato, giusto due minuti. «Guarda che per me è tranquillo, non ti fare problemi. Cioè, volevo solo pariare un po'. Sei capitato tu, ma poteva essere un altro. Mica me li voglio sposare quelli che mi faccio...». Sì, ma ti ho chiesto solo come stai. «Mo' devo andare. Giovanna sta da sola a casa». Ciao. Ci ho parlato. Due minuti, sottovoce, prima di entrare dalla signora Giuseppina, la fruttivendola. Lasciando scivolare l'incontro nella casualità. Almeno apparente.
«Professò, vi vedo agitato. E' successo qualcosa?». Se c'è una persona che riesce a sbatterti in faccia, come fosse una porta in radica di noce, ogni tuo stato d'animo quella è la signora Giuseppina. Rovisto nell'insalata, impermeabile alle sue parole. «Ho capito, vi ha sconvolto quello che è successo». Ecco, lo immaginavo: qualcuno ha visto Rosaria uscire dal mio appartamento. Ne sono sicuro. Qui la notte ha la stessa luce del giorno. «E che ci volete fare, l'amore non ha età... però lei ha problemi. E pure gravi». Ma lei chi? Che problemi? «Professò, come chi? Maddalena, la nipote della signora Angela, quella che aveva il negozio di detersivi. La figlia di Linetta. Abitano nel pallazzo accanto al vostro. La ragazzina bionda. Sta sempre in mezzo alla strada. Avrà tredici anni, ma è un po', come vi devo dire... ritardata. Come la mamma. Ma non sapete niente?». Non sono stato a casa in questi giorni. «Nicola, il marito di Annarella, quello che fa il parcheggiatore fuori alle poste centrali, nella cooperativa. Li hanno trovati insieme, nello scantinato... insomma professò, avete capito... no? Mi metto vergogna pure a dirvelo».
Un uomo di oltre quarant'anni e una ragazzina di tredici. Non ci sarebbe nulla di strano, almeno da queste parti. Se non fosse che l'orologio del cervello di Maddalena è indietro di almeno sei anni. Mentre il corpo è quello di una donna. E lui ha tre figli, tutti più grandi della sua amante. «Niente di meno al dito portava un anello della moglie di Nicola. Dicono che era innamorato, che la seguiva, la portava a spasso nella sua macchina. Li hanno visti pure a via Caracciolo». Ma l'amore non fa distinzioni. Piglia e ti porta via. Ad otto, come ad ottant'anni. Dove non si sa. «Professò, ma, con rispetto parlando, quella Maddalenna è handicappata». Signora Giuseppina, l'amore non fa distinzioni. Entra, esce. Mica ti chiede chi sei, che fai, cosa vuoi? Non ti guarda nemmeno in faccia. Piglia e ti porta via. Dove non si sa.
Ma, per curiosità, chi li ha scoperti? «Il fratello di Annarella, Giovanni. Li ha seguiti e ha fatto pure un mazziatone a Nicola. Lo ha mandato all'ospedale. Mo' si fa capodanno lì». Almeno sta al sicuro, qui tra qualche ora scoppia la terza guerra mondiale. Signora Giuseppina, ma vostro marito l'ha comprata la bomba kamikaze...



postato da fuorimargine | 02:38 | commenti (1)